BLACK LIVES MATTER. PLAYOFF NBA BOICOTTATI

Serata che passerà alla storia. Mercoledì 26 agosto 2020. Questa data rappresenterà per sempre un avvenimento unico. Le tre partite in programma in giornata, valide per i playoff NBA, non si giocano per via del boicottaggio messo in atto dai giocatori, in seguito all’ennesimo caso di razzismo della polizia americana nei confronti di un uomo di colore.
Jacob Blake, 29enne afroamericano, domenica 23 agosto è stato infatti vittima di un poliziotto che gli ha sparato per ben sette volte alla schiena ed ora l’uomo giace in un letto d’ospedale col rischio concreto di rimanere paralizzato dalla vita in giù.
In seguito a questa ennesima ingiustizia sociale, i giocatori dei Milwuakee Bucks, i primi a dover scendere sul parquet per sfidare gli Orlando Magic in gara-5, si sono rifiutati di entrare in campo, decidendo di restare chiusi negli spogliatoi. Scelta appoggiata anche dagli avversari. Infatti i Magic, pur potendo richiedere la vittoria a tavolino per il forfait dei Bucks, hanno deciso di non percorrere questa strada, schierandosi al fianco dei colleghi.
Immediatamente sono parse a rischio boicottaggio anche le altre due partite in programma: Oklahoma City- Houston e LA Lakers-Portland.
Il dubbio su cosa sarebbe potuto accadere è però durato solo una ventina di minuti. Thunder-Rockets, rappresentate da Paul e Westbrook, forti esponenti del “Black lives matter” hanno deciso entrambe di boicottare la loro gara-5 e pochi istanti dopo, pure Lakers-Portland è stata dichiarata rinviata.
Un segnale forte, quello che i giocatori della lega di basket più seguita al mondo hanno voluto lanciare. Non sono più sufficienti gli slogan sulle magliette, non è più sufficiente boicottare un’intervista pre e post partita parlando di questioni sociali invece che rispondere alle domande riguardanti le gare. È arrivato il momento di fermarsi. Di fare il passo successivo. Di dire basta al razzismo, vera piaga della società.
Comunque la si voglia vedere e pensare, questa forte presa di posizione rappresenta un caso eccezionale, che ricorda quella messa in atto da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi del 1968.
Cinquantanni dopo quella data, siamo purtroppo ancora qui a parlare di razzismo, vero e proprio malanno sociale in tutto il mondo.  Negli Stati Uniti d’America in modo particolare, visto che queste discriminazioni sono portate avanti dalla polizia, un’organo che dovrebbe garantire la sicurezza di qualsiasi cittadino, indipendentemente dal colore della pelle.
Nella speranza che questa decisione presa dai giocatori NBA possa portare i frutti sperati è giusto che, chi come loro ha a disposizione una piattaforma enorme, si esponga per far sentire la propria voce contro questo disgustoso fenomeno chiamato razzismo.
BLACK LIVES MATTER 👊🏿

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